Luis Dapelo (Lima, 1964), traduzioni italiane.



“Lettori e letture di Bryce Echenique

“Foro di Novissimi Narratori”

“Presentazione di Puerta Sechín

 Perù ai piedi della Fiera”

 

 

 


“Lettori e letture di Bryce Echenique[1]

 

   Poco tempo fa ho letto un romanzo colombiano in cui il personaggio, un giovane studente residente in Francia, si sveglia su una spiaggia del Sud dopo una serata di baldoria e scopre di non aver documenti in tasca. “Che meravigliosa possibilità di acquisire una nuova identità”, dice tra sé e sé, e decide di iniziare una nuova vita dichiarandosi peruviano. Ma non era un’affermazione di modestia; questo personaggio non aveva bisogno di diventare, ad esempio, argentino. Avevo capito che, in realtà, ciò che pretendeva era di risvegliarsi in un romanzo di Alfredo Bryce Echenique.

 

   Non è la prova immediata che i personaggi della finzione cerchino un ruolo nei romanzi di Bryce Echenique. Quest’anno, in un bellissimo romanzo venezuelano, la protagonista si porta a letto Il giardino della mia amata[2], quasi fosse una guida agli amori improbabili. Un’altra scrittrice cercò di aggiungere un capitolo a La vida exagerada de Martín Romaña come se l’autore narrasse la sua biografia. E non c’è da sorprendersi che Bryce Echenique riceva romanzi torrenziali e biografici scaturiti dalla lettura dei suoi libri. E neppure che uno dei suoi lettori l’abbia rapito, ne sono testimone, per raccontargli la sua vita, degna, naturalmente, di essere narrata.

 

   La mia tesi è che la narrativa di Alfredo Bryce Echenique ha consacrato la nozione che ogni vita è, in principio, un romanzo in procinto di essere raccontato. E che, alla fine, nella lettura della sua opera, ogni lettore ritrova la storia parallela del suo romanzo, scatenata dalla contaminazione biografista che, in favore dei sottili meccanismi della pubblica confessione, Bryce Echenique ha propagato come l’unica piaga felice. Ma, inoltre, quella lunga conversazione, quel gioioso eccesso di vita narrata, porta l’inconfondibile passione di un’agape peruviana. La “vita esagerata” annuncia il tempo extra del dialogo iperbolico, grandioso e debordante che noi peruviani apprezziamo come celebrazione dell’amicizia. Perciò, ho detto che Bryce Echenique ha “peruvianizzato” l’Europa: li ha tolti dal monologo autoritario e ha restituito loro il linguaggio della digressione.

 

   Non è un caso che un lettore sottile delle Antimemorias de Bryce Echenique sia stato Gabriel García Márquez, le cui Memorias[3] estendono il meccanismo bryceano del ricordo inclusivo, secondo il quale una finestra apre un passaggio dove c’è un’altra finestra che si apre ad un altro passaggio dove si apre una porta, ecc. Questa mise en présence del passato scorre, inoltre, libera dalla cronologia e dallo spazio, grazie alla focalizzazione successiva della narrazione, fatta da diverse narrazioni, cioè, da diversi lettori che condividono la lettura (drammatica, umoristica, epifanica) dei fatti e dei linguaggi. Quindi, la memoria è il linguaggio diventato tempo.

 

   Il meccanismo è, certamente, complesso e, ad ogni buon conto, sinfonico. Bryce Echenique ha moltiplicato la posizione del linguaggio del soggetto, la prospettiva del narratore, liberando in questo modo il lettore nella lettura. Il lettore ricomincia tutto in ogni episodio. Il libro equivale alla memoria, ma essendo questo una lettura della stessa, occorre che la lettura del lettore si svolga sempre nel presente: la lettura è la riva della memoria. In quella riva ci risvegliamo liberati dal linguaggio. Analogamente, l’anti-memoria significa scrivere il passato dal presente della lettura, dagli sguardo del lettore. I personaggi reali, ad iniziare dallo stesso Alfredo Bryce Echenique, che compaiono nei suoi romanzi, ma anche, gli amici e le amiche che accompagnano sempre il narratore nei due volumi delle Antimemorias, come se il ricordo fosse possibile soltanto nel dialogo, dimostrano, tra le tante altre variazioni, l’inclusività del reale come finzione e delle prove di finzione richieste dal reale. Perciò, Bryce Echenique non ha visto un dramma maggiore nelle interazioni tra “verità” e “menzogna”, perchè nella sua opera la finzione è una forma di verità che il linguaggio libera.

 

   Ma la licenza biografica possiede, certamente, le proprie regole del gioco. Suppongo che le diverse categorie di donna nei suoi romanzi, ad esempio, come la moglie classica e la Chimera improbabile, finiscano per somigliare ai suoi personaggi, come si diceva delle donne di Picasso. Ma, ironicamente, poiché Alfredo ha la miglior memoria del mondo, sarebbe difficile resistere al confronto e contestargli la versione. La verità, potremmo dire, è comunque alleggerita dall’empatia affettiva del ricordo.

 

   Nella Parigi degli anni 70 non si poteva mangiare con Alfredo senza essere interrotti da qualche lettrice in disgrazia. Nella Lima degli anni 90, persino nel ristorante più remoto era necessario salutare la coppia di lettori che non osava interrompere. Mi sembra di aver conosciuto tutte le modelle di questi romanzi, e non in vano egli ha dovuto scriverne tanti, ma non per ricordarle bensì, forse, per esorcizzarle, trasformandole, solo per puro affetto, in esseri meravigliosi. Quando mi ha detto che tutte, dopo aver letto i suoi romanzi, sono diventate fra loro più amiche, gli ho risposto che quello è il lungo cammino dell’amicizia. Ma uno dei romanzi d’amore più commoventi di questa lingua è El hombre que hablaba de Octavia de Cádiz, vera elegia della donna, dell’idea della donna, la veemenza e lo humour della quale rinviano alla “passione convulsa” che nella narrazione d’amore Stendhal perseguiva. Animati dalle implicazioni amorose, questi esseri eccezionali sono di una feconda arbitrarietà. L’unico problema con l’amore è la concezione mondana della coppia. E perciò ne La tonsillite di Tarzan si giunge ad una sana conclusione: da quando ti sei sposata con un altro siamo diventati più felici.

 

   Tuttavia, ciò che è straordinario non è il fatto che questi romanzi siano autobiografici (Bryce ha detto che non sarebbe potuto sopravvivere a tutte quelle vite), ma che essi siano – in qualche zona della narrazione – delle biografie del lettore.

 

   Noi lettori ci sentiamo, inaspettatamente, personaggi di questi romanzi, sia perché i loro eroi ed eroine incarnano i nostri fantasmi, facendoci vivere illusoriamente capitoli immaginari delle nostre vite irrealizzabili; sia perché questi romanzi sono la biografia emotiva del nostro tempo. Per questo, dico che Bryce Echenique è colpevole della tendenza dominante nella letteratura latinoamericana attuale,  della voglia che noi tutti abbiamo di raccontare le nostre vite cercando un posto nella repubblica (bryceana) degli affetti, dove l’emotività è più autentica perché quando tutto crolla –e il Perù è crollato tante volte – l’unica cosa che prevale è l’amicizia.

 

   L’amicizia, vale a dire, il dialogo. Perchè nell’opera di Bryce Echenique la letteratura ha le regole e la promessa di un lungo, vivo, memorabile dialogo. Mi sembra che la letteratura peruviana sia fin dall’Inca Garcilaso de la Vega[4] e da Guamán Poma de Ayala[5] un laborioso, paziente, formidabile dialogo con noi stessi e con il mondo transatlantico, tra le diverse rive delle molteplici voci.

 

   Alla fine, noi lettori di Bryce, apparteniamo a quella comunità dell’agape. E perciò leggiamo i suoi libri come istruzioni per migliorare il dialogo, come manuali per esplorare il territorio emotivo della conversazione, le sue vicinanze e i suoi paesaggi, dove troviamo gli interlocutori che ci danno la parola.

 

   E nel momento della parola reciproca, d’improvviso, ci accorgiamo d’essere più umani, ovvero lettori migliori.

 

   Dobbiamo ad Alfredo quell’ospitalità, quella generosità.

 

©Julio Ortega, 2005.

©Traduzione italiana di Luis Dapelo, 2006.

 

 

 



“Foro di Novissimi Narratori”[6]

 

   Questo è il terzo anno che organizzo per la FIL[7] un foro de giovani narratori. Nel primo hanno partecipato Jorge Volpi, Rodrigo Fresán, Cristina Rivera Garza e Ignacio Padilla; nel secondo, Edmundo Paz Soldán, Andrea Jeftamovic, Iván Thays, Antonio Ortuño, Florencia Abbate, Mayra Santos Febres, Adrián Curiel, Guadalupe Nettle y Jorge Carrión. E in questo terzo incontro contiamo con la presenza di Margarita Posada (Colombia), Armando Luigi (Venezuela), Fernando de León (Messico), Luis Hernán Castañeda (Perù) e Llana Hadatty Mora (Ecuador). Questa serie è una scommessa per questi narratori, alcuni noti, altri esordienti, ma tutti con la stessa determinazione di fare della letteratura il loro territorio di destinazione.

 

   La straordinaria diversità di questi giovani scrittori illustra il paesaggio narrativo del nuovo secolo nella loro ricchezza di stili, tendenze, scelte e dibattiti. Benché, in un certo qual modo,  provengano dal rinnovamento formale della letteratura latinoamericana, da quell’area di saperi creata  negli anni 60-70 e diventata ormai una tradizione senza autori, un riferimento comune; in gran parte essi si collocano nella scena anticanonica delle narrazioni attuali, là dove si apre uno spazio letterario più frammentario e più ampio, che è latinoamericano e contemporaneo, e dove i testi esplorano il proprio cammino.

 

   Questi cinque narratori intessono, a partire dalle proprie opzioni, tanto reti di azione nazionale (partecipano alla discussione per il posto della letteratura nel loro ambiente) quanto reti di interazione continentale (appartengono ad un sistema più vasto, in formazione); e si ritrovano qui per la prima volta, senza essersi ancora letti, non come parte de una corrente, tantomeno di un gruppo (sono liberi dall’ombra dei maestri), ma come attori di una “formazione” narrativa che espandono un nuovo spazio letterario della lingua, oltre alle frontiere locali, degli usi e canoni nazionali, nella prima fila di una saga culturale latinoamericana che lotta per il diritto alla letteratura e alla lettura. Perciò devono molto a loro stessi, hanno una visione ostinatamente personale, e non riconoscono più le discussioni consacrate, e presto esaurite: realismo mágico vs. celebrazione della città, verità vs. finzione, argomentazione vs. sperimentazione, lingua letteraria vs. linguaggio orale, realismo testimoniale vs. iperrealismo “sporco”, cosmopolitismo vs. regionalismo, ecc. Tutti questi dibattiti, promossi da vecchi campioni tornati dal loro ritiro, e giustificati dal provincialismo di tante promesse non mantenute, sono diventati il saldo polemico ma residuale di un’epoca ormai quasi liberata dal trauma storico dei debiti (impagabili) della nazione (e dei suoi discendenti); e, per lo stesso motivo, emancipata del tutto dall’avvenire, dal processo che la trasporta come il mare dentro a una bottiglia. Le rive sono incerte ma il rischio le inventa.

 

   Nel suo romanzo Casa de Islandia (Lima, 2004), Luis Hernán Castañeda costruisce la casa della narrazione sull’isola del linguaggio, non perchè un programma letterario occupi il suo primo libro, bensì perchè la sua opzione è la “mise en abîme” della narrazione, l’esercizio di una gioiosa celebrazione letteraria. I suoi personaggi scrivono di scrittori che scrivono, tanto che tutto si svolge nel labirinto della lettura, nella sua testualità aperta. Castañeda anticipa l’attuale necessità di ricominciare per non tornare indietro. Il suo rischio è audace ma anche rigoroso, ed è meno solitario di quanto sembra (non si tratta di un esteta che coltiva la pagina in bianco), perchè è rappresentativo della scrittura “ultima”, delle sue sfide e promesse.

 

   Margarita Posada (Colombia, 1977) lavora sulla dimensione temporale del linguaggio, sulla qualità emotiva del dialogo. Il suo primo romanzo, De esta agua no beberé (Bogotá, 2005), percorre attraverso il linguaggio la soggettività della coscienza, quella zona di crisi dove le parole più autentiche non dicono più la verità ma la mascherano fino a farla sparire. Il suo libro è una radiografia della débâcle morale, la sua mappa parlata. La narrazione contestualizza il nichilismo e l’edonismo, quella doppia moneta falsa. Si scinde come al cinema: mentre qualcosa succede ancora, qualcos’altro, allo stesso tempo, succede altrove. Quella temporalità inclusiva è lo sviluppo nella camera oscura dell’immaginario attuale: le immagini sono più reali dell’originale. Ma il valore del linguaggio, quella durata viva dell’intimità, è anche la passione del suo percorso, il suo humour e la sua tenerezza; tanto quanto l’ironia episodica di un’epica urbana di battaglie perse ed eroi malinconici.

 

   Armando Luigi (Venezuela, 1970) ha esplorato, simultaneamente, le forme audaci e le voci veraci. Fin da molto giovane ha dimostrato il suo temperamento anarchico, il suo gusto iconoclasta, la sua vocazione anticanonica. Ogni suo libro, l’ultimo s’intitola La crisis de la modernidad. Auto sacramental  (Caracas, 1997), è un processo aperto e libero, vale a dire, senza soluzione di continuità, quasi uno spreco del piacere per la chiosa, commedia testuale e i linguaggi della strada. Sono, ad ogni buon conto, conversazioni interposte, avventure sovrapposte, storie errabonde. Ha l’abilità per le variazioni della narrazione, il fascino del racconto e lo humour episodico. Da quando si è trasferito a Barcellona, ha iniziato a scrivere dei romanzi di avventura stravaganti, come quello del gruppo che decide di rubare un quadro del Museo Ricasso, che equivale a rubare il tema alla città e a destabilizzare il lettore. Ai margini di gruppi e scuole, Luigi ha assunto la prospettiva dello scrittore migrante, a volte errante, nei cui testi riconosciamo l’identità di questa nuova disinvoltura latinoamericana, il suo lato ribelle e allegro, il suo pieno vivere nella letteratura, la sua finezza creativa.

 

   Fernando de León (Messico, 1971), invece, scrive da Guadalajara, dall’impronta mondana dello humour di Jalisco, che è ingegnoso e un po’ sarcastico ma anche laconico, come capita in Rulfo e in Arreola. Ma non è affatto uno scrittore regionale, bensì, come i suoi maestri, uno stilista dalla prosa breve e dalla narrazione impeccabile. Proprio questa sobrietà rende più drammatica e più fantastica la tematica  crudele e violenta che sviluppa. Poche volte uno scrittore riesce tanto imperturbabile con materiali così perturbatori, come lo è de León nei suoi racconti recenti. In quelli precedenti si compiace dellerudizione del gioco letterario, dello humour associativo, del racconto all’interno del racconto, del piacere per la sorpresa. Dotato di un’immaginazione feconda, è un narratore puro ed esigente, che ha dimostrato il suo talento in vari registri, e che indubbiamente ci sorprenderà con la chiave di volta che annunciano, a partire dalla rottura della violenza, le sue versioni quasi cliniche, quasi documentali. Quest’anno ha vinto il  Premio Nacional de Cuento Agustín Yáñez con il suo libro Apuntes para una novísima arquitectura.

 

   Llana Hadatty Mora (Ecuador, 1969) è docente presso l’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM) e autrice di un volume di racconti intitolati Quehaceres postergados (Quito, 1998), oltre a studi e critica letteraria. I suoi racconti sono motivazioni di un’indagine che si sviluppa attraverso la forma aperta della narrazione. La storia le serve da pretesto per mettere in gioco parecchie figure, e riscriverla con le varianti possibili e improbabili del suo raffronto. Quella domanda è rivolta alla natura narrativa della memoria. Così, i suoi racconti sono proposizioni analitiche, dalla trama sottile e poetica, testi che discorrono come resoconti del sogno e della nostalgia, con intelligenza e piacere per la parola, che sono la forma riconoscibile del mondo. Però la narrazione è pure un labirinto, un piccolo bosco dal segno enigmatico, attraverso il quale il narratore si cerca nella lettura. Con quella saggezza dell’arte e dell’artificio, l’autrice vuole fare qualcos’altro: fare del racconto uno strumento per scriverne un altro, il nostro.

 

©Julio Ortega, 2005.

©Traduzione italiana di Luis Dapelo, 2006.

 

 



“Presentazione di Puerta Sechín[8]

 

   In primo luogo, mi sembra che questo mio libro scaturisca dalla sfera pubblica, da quello spazio dove la politica è una forma della comunicazione, poichè ognuno dei suoi romanzi brevi è nato per confutare le versioni dei media sulle forme di violenza nel mio paese. In secondo luogo, è un’allegoria della lettura critica: smonta le ideologie della rappresentazione e condivide, a modo suo, la ricerca di risposte contro la violenza endemica.

 

   Scrissi “Addio, Ayacucho” dopo aver visto in un numero della rivista Quehacer la foto di un dirigente contadino assassinato dalla polizia. Il suo corpo bruciato e mutilato mi aveva commosso, ma non solo per l’ingiustizia ma anche per l’eccesso di morte: era un corpo smembrato, gli avevano svuotato le viscere, e gli mancava un occhio. Era, inoltre, ripieno di paglia, e mi sembrò un pupazzo della morte, disumanizzato sino all’assurdo. Immediatamente decisi di scrivere una narrazione che potesse restituirgli la voce. Questo romanzo ebbe una riduzione teatrale dallo splendido gruppo Yuyachkani e fece il giro del mondo in festival e colloqui; ma, soprattutto, venne rappresentato nelle comunità indigene, presso le popolazioni vittime della “guerra sporca” e, in questo modo, accompagnò i pubblici dibattiti per i diritti umani. “L’oro di Mosca” è una narrazione sulla guerra fredda degli anni 50 a partire da un gruppo di adolescenti che vive l’ideologia anticomunista, fomentata come naturale dal giornalismo peruviano. EPuerta Sechín” è una memoria frammentaria, scritta per contraddire, negli anni della violenza, le versioni del fallimento e della frustrazione che imperavano nel discorso sulla vita peruviana.

 

   Se tutto incominciò con la foto di una vittima peruviana, non è un caso che questo libro chiuda il suo ciclo con un’altra foto. La foto della copertina è dell’artista catalano Francesc Torres. E’ stata scattata durante l’esumazione da lui diretta, poco tempo fa, di una tomba di vittime della guerra civile spagnola. Quelle ossa anonime sono state consegnate da Torres ai familiari quasi a restituirle al linguaggio. Ma sia in Spagna sia in Perù, la memoria della violenza, che ritorna in queste tombe appena scoperte, è stata manipolata dai politici e dai media, e si è costruita una lettura dei fatti a partire dall’oblio.

 

   Quindi la cultura si colloca oggi nella politica della comunicazione, e in questo foro diremo qualcosa su questi dilemmi, che appartengono anche alla letteratura, e sul nostro posto in questo dibattito.

 

©Julio Ortega, 2005.

©Traduzione italiana di Luis Dapelo, 2006.

 

 



Perù ai piedi della Fiera”

 

   Se il nazionalismo, come attualmente si crede, è una derivazione della modernità, il Perù deve essere uno dei pochi paesi che non l’hanno conosciuto perchè non ha finito di modernizzarsi. Il Messico, invece, è una creazione moderna, benché sia stata possibile attraverso la via corporativa, dove il nazionalismo, almeno, aveva impedito di crivellare di colpi gli indigeni ribelli del Chiapas. A Lima si applaudì l’uccisione dei ribelli del gruppo “Túpac Amaru[9], quando presero l’ambasciata giapponese, perchè non siamo una nazione. E, in una infame foto che fece il giro del mondo, si vide il dittatore Fujimori mentre camminava tra i cadaveri. L’altro, gli altri, non riflettono i nostri volti: nel rifiutare le differenze, ci neghiamo moralmente. La narrazione peruviana è la diversa intonazione di quel cerimonioso suicidio.

 

   Quasi impensabile, quasi irrappresentabile, quel Perù “d’argento e malinconia” (García Lorca), è fatto da abissi atavici delle origini etniche, della diguaglianza economica e della violenza reciproca. Non meno mortali sono le sue pesti endemiche: il razzismo e il machismo. I più grandi scrittori sono morti presto e di indifferenza: Vallejo[10] nella fame dell’esilio; Martín Adán[11], nella ribellione bohemienne; César Moro[12], a “Lima, l’orribile”, nonostante avesse cambiato nome e scelto il francese come lingua di scrittura; e José María Arguedas[13], che credeva di più in un Perù dialogato, suicida, vinto dal malessere delle origini.

 

   Proprio per quello, in questo spagnolo messo alla prova da ogni tipo di violenza, la letteratura peruviana è più viva che mai, chiedendo non soltanto la sopravvivenza della vittima ma il reciproco supplemento di vita, la lettura.

 

©Julio Ortega, 2005.

©Traduzione italiana di Luis Dapelo, 2006.

 

 

 

 

 



[1] Questa nota è comparsa sotto il titolo di “Intervenciones en Guadalajara” con motivo della Fiera Internazionale del Libro della città messicana in cui il Perù è stato l’invitato d’onore ed è apparsa sulla rivista Cuadernos Hispanoamericanos di Madrid, nel número 669, di marzo 2006.

[2] Edizione italiana, Milano, Guanda, 2003 [N.d.T.].

[3] Edizione italiana, Milano, Guanda, 2001 [N.d.T.].

[4] Inca Garcilaso de la Vega (Cuzco, 1539-Cordova, 1616), considerato il primo storico del Perù, traduttore dei Dialoghi d’amore di Leone Ebreo (1591) e autore della Historia de la Florida (1605). Le sue opere più importanti sono i Comentarios reales (1609) e la Historia del Perù, uscita postuma nel 1617 [N.d.T.].

[5] Guamán Poma de Ayala (Perù), “primo cronista indio”, autore di Primera nueva corónica y buen gobierno (1613 circa) [N.d.T].

[6]Questa nota è apparsa sotto il titolo di “Intervenciones en Guadalajara” con motivo della Fiera Internazionale del Libro tenutasi nella città messicana e in cui il Perù è stato l’inviato d’onore ed è stata pubblicata dalla rivista Cuadernos Hispanoamericanos di Madrid, nel número 669, di marzo 2006.

[7] Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara (Messico) [N.d.R.]

[8] Questa presentazione  è comparsa nelle “Intervenciones en Guadalajara” con motivo della Fiera Internazionale del Libro tenutasi nella città messicana in cui il Perù è stato l’invitato d’onore ed è apparsa sulla rivista Cuadernos Hispanoamericanos di Madrid, nel número 669, di marzo 2006.

[9] MRTA o Movimiento Revolucionario Túpac Amaru, movimento guerrigliero d’ispirazione guevarista, operante negli anni ’80-’90 in Perù, che divenne celebre per aver preso l’ambasciata giapponese durante la dittatura di Fujimori. [N.d.T.]

[10] César Vallejo (Santiago de Chuco, 1892-Parigi, 1938), è considerato uno dei massimi poeti di lingua spagnola del Novecento, è autore di Trilce, Los Heraldos Negros, España aparta de este cáliz, ecc. [N.d.T.]

[11] Martín Adán (Lima, 1908-Lima, 1985), pseudonimo di Rafael de la Fuente Benavides, poeta e scrittore peruviano, autore del romanzo La casa de cartón e di Travesía de extramares, La mano desasida. Canto a Macchu Picchu (poesia), ecc. [N.d.T.]

[12] César Moro (Lima, 1906-Lima, 1956), pseudonimo di Alfredo Quíspez Asín, poeta, artista e saggista peruviano. Visse tra Parigi, Città del Messico e Bruxelles. Scriveva in francese ed è autore di Le Château de Grisou, Lettre d’amour, Trafalgar Square, ecc. [N.d.T.]

[13] José María Arguedas (Andahuaylas, 1911-Lima, 1969), antropologo, studioso di folklore e scrittore peruviano. E’ uno dei massimi rappresentanti dell’indigenismo. E’ autore dei romanzi Yawar Fiesta, Los ríos profundos, Todas las sangres, El zorro de arriba y el zorro de abajo, ecc. [N.d.T.].